Il rampollo del deserto

Jelin nacque fra le pieghe d’alcune dune sabbiose mentre esse offrivano riparo alle doglie della sua gravida madre. Egli era impaziente di nascere, pertanto si prodigò affinché potesse sgusciare frettolosamente al di fuori di quel ridotto utero materno. Tuttavia, la sua impazienza, acuita dal suo innato impeto, arrecò danni fatali a sua madre, causandone il trapasso. Fattosi orfano nei primi istanti di vita, Jelin, si rese subito conto della fragilità e della caducità dell’agognata esistenza.

Jelin vagò per dodici estati fra quelle grandi dune sabbiose, sfamandosi saltuariamente di qualche rettile autoctono e di scarseggiante flora. Giunto alla tredicesima estate, però, decise di tastare i limiti del suo deserto natale, così si avventurò verso l’orizzonte cercando i confini delle grandi dune ecru. Dopo un mese a ramingare il suo viaggio finì: si spiegava dinnanzi a lui un paesaggio ignoto, oramai aveva già varcato i limiti della sua terra natia. Laddove sorgeva la nuova terra, lì moriva la vecchia: il deserto.

L’euforia per l’inesplorato inebriò ben presto Jelin, meglio di un vino ben invecchiato, cosicché smarrì ogni aspirazione per il ritorno e per le materne dune sabbiose. Insediatosi nella nuova terra, Jelin si improvvisò studioso, nonché avventuriero ed anche cavia, infatti seppe tutto ciò che c’era da sapere di quelle terre, visitò ogni meandro più recondito e assaggiò anche i cibi più stomachevoli. Però, dopo appena quattro estati, l’inesplorato si esaurì, e l’euforia scemò di colpo, sicché il giovane e pimpante Jelin dovette trovare altri svaghi per saziare la sua frenesia smaniosa. La vittima preferita di tutti gli sfoghi della sua ingorda frenesia divenne il nuoto: ivi si trovava un’imponente fiume, largo più o meno quanto cinque salici, la sua corrente era abbastanza forte da invogliare l’aitante giovine a tuffarcisi ed a sfidarla; anche se il trionfo non era indubbio: il vigore del fremente Jelin era ancora invitto nonostante la dirompente forza della natura. Con il passare del tempo Jelin affinò la tecnica, e divenne un eccelso nuotatore, anzi molto più di questo: il suo andamento era più celere del migliore dei pesci, il suo passaggio era più fragoroso di un’assordante rombo di tuono, e poi ad ogni bracciata smuoveva tanta più acqua di quanta ne veniva sfogata durante i più tetri temporali.

Consolidata la forza del fiume, Jelin decise di trovare un’altro sfidante, uno più temibile e veemente, qualcuno capace di sfiancare gli indefessi muscoli e capricci del giovane rampollo della sabbia: l’oceano. Saggiando e sfidando il fiume ogni giorno per almeno quattro mesi con estremo rigore, Jelin s’accorse ben presto che quel corso d’acqua non era che un solco imbelle d’una più imponente sacca oceanica, situata non troppo più in là rispetto al fatiscente accampamento del giovane. La vicinanza dell’oceano si lasciava intuire dal piacevole effluvio salino percepito durante le giornate particolarmente ventose. Libito e desiderio del giovine convergerono verso l’oceano, simulando quasi la ragion d’essere dei fiumi; così appena preparato, Jelin, si diresse con ansiosa fretta verso la cagione di quelle affettuose esalazioni saline. Ad attenderlo c’era un panorama mozzafiato, ascoso a ricordi e fantasie del rampollo della sabbia; ma ciò che più stupì il ragazzo fu il lindore del grande specchio d’acqua, il quale manteneva fede al suo soprannome riflettendo magnificamente tutta la stupenda volta celeste. Incuriosito – come sempre del resto – dall’ignoto, Jelin si mosse verso l’immenso oceano specchiante, però non più assetato di sfida e vittoria ma solo di bellezza e quiete, mostrando così la duplicità del suo carattere. Immerso sino al petto in quel cheto mar, decise, indotto dalla soave acqua specchiante, di accogliere la catarsi, di abbarbicarsi al puro, di suggere la beltà di quella volta illusoria.

Conclusa quella depurazione istintiva, il terso oceano si accinse a manifestare il segno assoluto del movimento, l’impronta che spiegava il movimento della vita stessa; ma che non esortava a dissertare su di essa, bensì solo a muoversi, costantemente e ingenuamente. Poco distante da un Jelin intento a purificarsi, iniziava a ribollire una discreta massa d’acqua che pian piano acquistava centimetri in altezza perdendone alcuni in larghezza; dopo qualche istante, Jelin – che intanto era impressionato dalla scena singolare – si rese conto che quell’acqua non era che un lungo telo che stava via via scivolando lentamente, tirato dalla forza di un’oceano deciso nell’emancipazione di quel segreto. Il telo acquoso s’impreziosiva dei riflessi lunari manifestando la sua gradevole natura cangiante, la quale gli permetteva di venarsi dei più disparati riflessi cromatici. Man mano che il telo calava, era possibile scrutare l’immagine occulta celatasi per molti secoli all’interno di quel limpido oceano: l’estremità superiore fu la prima ad essere scoperta dal lungo telo acquoso; dopodiché il rivestimento d’acqua fu tirato verso il basso con maggior veemenza rispetto a prima, scoprendo finalmente il segreto dell’oceano.

Jelin fu accolto da un’immagine inopinata, imprevista persino dal migliore dei vate; ciò che si mostrava al suo occhio emozionato e al contempo turbato era un essere nella fisionomia quasi simile a lui, tranne che per alcuni tratti un po’ più accentuati, che a dir la verità ridestavano in Jelin immagini di un passato orripilante: il misterioso essere gli sovveniva la sua putrida compagna del deserto, sua madre. La speranza di rivederla però gli venne subito meno. Infatti, anche se quel corpo sospeso sulle acque, condivideva con la mortale madre alcune importanti caratteristiche fisionomiche, la sua essenza invece, quella, era diversa, per certi versi divina. Conclusi i rimuginamenti nostalgici, dopo un’ulteriore sguardo a quell’essere, anche Jelin venne assalito da quell’avvenenza librante, da quella beltà abbacinante, da quel viso, colmo di delicati efelidi, che pareva rassomigliare le più sublimi coreografie celesti. L”immagine di quel corpo meraviglioso instillava in Jelin un’imbarazzo incommensurabile, tentato di nascondere maldestramente con un’impacciato sguardo da sornione, che però non turlupinò certo quella donna secolare, già avezza a tali sotterfugi verecondi. Mai Jelin si era rapportato ad un’essere così vicino alla sua natura, mai si era comportato da pudibondo, distogliendo convulsamente lo sguardo dai richiami della voluttà, lui che quando poteva si dedicava sovente alla deboscia. L’aria ispirata da Jelin era colma di dubbi, colma di tentennamenti; lo fece apparire bolso e tossente agli occhi della donna. Dopo degli interminabili minuti passati a farsi vagheggiare, finalmente, la soave donna, inizio a spiegarsi: si mosse arretrando, portando la sua schiena verso il largo, lì dove l’oceano era profondo; Jelin, che era un’abile nuotatore, si tuffo avventatamente, seguendo la bella donna in quell’acqua specchiante. Come al solito, il suo irruento passaggio mise in scena improvvise coreografie schiumose, in cui si scontrarono centinaia di zampilli bianchi, talmente alti da arrivare a titillare le soffici piume degli uccelli. Quando arrivo da lei, aveva già smarrito la riva. Ella, subitaneamente, s’immerse nelle fredde acque oceaniche, rasentando il fondo; così anche Jelin s’immerse, e la seguì sino al terreno marino. Giunta lì, gli tese le mani, ispirando fiducia e amore nell’animo del suo pudico amante; egli si fece vincere dalle avance della donna e protese le braccia in sua direzione, congiungendo le sue mani a quelle avanzategli. La bella lo tenne lì per l’eternità, gli strinse le mani amorevolmente e lo ancorò a quel fondale con remissività: non volle altro Jelin.

Si dice che i due siano ancora lì, stretti; che non sia ancora arrivata la dissolvenza per il corpo del giovane, che non arriverà mai per la donna. Si dice anche che siano lì da sempre e che dunque non siano nulla; oppure che la morte ha trovato solo Jelin, e che in quel giorno emergerono immense bolle dal fondo dell’oceano, ognuna delle quali conservava i dolci baci del giovane. Jelin morì, ma non nacque; nulla sorse tranne la donna; nulla emerse tranne il senso di quella donna; la vita non era che l’oceano, l’uomo niente meno del nulla e niente più di Jelin; il fondale era solo terra di morte.

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Il nobile smemorato

Era un’afosa giornata di maggio, più precisamente il 12, quella dedicata alla consueta visita annuale al vate della zona da parte del nobile Aubry Dubois. Quel meriggio – orario prefissato per l’appuntamento – il nobile Dubois era più quieto del solito, tranquillizzato sugli esiti della visita dal suo miglior compagno, il duca Mars de Boité; il quale non molto tempo prima procurò al nostro cheto nobile un’occasione lavorativa ghiotta e illuminante: il nobile Dubois, dopo l’ultima disastrosa visita profetica, cadde in rovina per mano di un’abbietta bancarotta, causata da cagioni tutt’ora ignote ma comunque preconizzate dall’abile vate della zona; così, dopo qualche mese passato a tapinarsi, il nobile venne risollevato dal solenne aiuto del duca de Boité, che spacciò a Dubois un impiego come reggente di un prestigioso sito archeologico limitrofo. Dunque, il nostro nobile, bello della sua ritrovata fortuna e del superamento di tante ardue peripezie, era convinto – e pure persuaso – del buon risultato dell’odierna chiaroveggenza. Entrato nell’illustre studio del rinomato veggente, Dubois si accinse ad interloquire con egli, ansioso di confermare le sue impressioni. Il veggente però non confermo proprio un bel nulla! Non era questo ciò per cui era pagato! Chi vorrebbe pagare un veggente se il futuro si lasciasse intravedere dopo appena quattro speculazioni in croce? No, non funziona così, ogni pensiero sul futuro vien sempre disatteso se esso non proviene da una mente illuminata, connessa liberamente al flusso temporale, avezza ai consigli di Dio. Dubois uscì dalla stanza impietrito, sul ciglio di una geremiade, trattenuta solo per rispetto dei presenti: il destino che gli era stato predetto era più truculento di un assassino, più putrido dell’annosa Bis-bis-nonna Romary Dennet, più tetro di un bosco infestato durante una fragorosa procella. Il nobile, preso dallo scoramento, non riusciva a ingollare il boccone amaro e dolente e già pensava di uccidersi se non fosse per una reminiscenza fulgida e salvifica, che dopo esser stata dimenticata inesorabilmente per via dei numerosi pensieri vittimistici e gemebondi, riaffiorava dall’oblio della memoria: il veggente preconizzò al nostro nobile sfigato una via di fuga, un rito da compiere per eludere l’imminente ginepraio crudele: <<C’è però un che da fare per sfuggire alle grinfie del tuo destino sanguinoso, per evitare gli artigli appuntiti della tua sorte iniqua. Tu caro mio, dovrai disseppellire da te, ed entro oggi, il rimedio ai tuoi mali: dovrai riesumare una vetusta scatoletta ornata con rifiniture appartenenti al retaggio greco e azzimata da un disegno in oro posto sul coperchio della scatola. Il disegno dai lineamenti sbiaditi raffigura una grossa torre, molto simile al distrutto Faro di Alessandria; per l’ubicazione di tale cimelio, invece, tutto ciò che posso dirti è che si trova in un sito archeologico qui vicino>>. Dubois galvanizzato da questo ricordo salvifico, tramutò il clima sofferente ed algido della sala in uno ardente e colmo di gaudio, che vedeva il suo apice nel viso gongolante del nobile stesso. Ovviamente egli sapeva che il suo destino non avrebbe potuto far altro che nascondere il rimedio per i suoi mali nel suo sito archeologico – il destino degli altri è la fiera del “suo”. Guardò l’orario e poi partì velocemente alla volta del sito archeologico, senza neanche avvisare il suo compagno duca, che alla vista di quella corsa perentoria divenne assai perplesso. L’arrivo a destinazione avvenne in tempi record; in quella giornata, comunque, non era prevista nessuna visita data la chiusura momentanea del sito, quindi Dubois aveva piena libertà. Dopo due ore di estenuanti ricerche, il nobile aveva già scandagliato e messo a soqquadro praticamente tutto il sito, ad eccezione di una stanza, la più recondita: dietro ad una statua marmorea della collezione di Delfi, si celava un angusto passaggio dall’aspetto sciagurato che conduceva ad un penetrale ancor più terrorizzante, a tratti orrorifico: le pareti che aprivano la stanza erano esornate da tibie e radio unite, che formavano delle decorazione astratte assai suggestive, se non fosse per il loro carattere spaventevole predominante; le pareti ai lati, invece, si lasciavano scevre di ossa – grazie a dio – e conservavano solo alcuni affreschi di vita quotidiana – in cui però i protagonisti erano dei simpatici non-morti; la parete frontale, però, non si tratteneva certo sul lato raccapricciante, infatti era adornata da una serie di teschi e mani appese al muro che evidenziavano una scatoletta sul pavimento con una torre raffigurata sul fronte. Quella era l’immagine che Dubois stava con tanto fremito cercando, così si fece forza e si appropinquò all’enorme catasta di teschi, poi raccolse la scatola; dopodiché sgusciò con celerità dal tetro penetrale – senza porsi domande inquisitorie sui gusti dell’arredatore – sino a raggiungere l’uscita del sito. Ritornato a casa, ed appartatosi vicino ad un chiaro di luna – ormai si era fatto piuttosto tardi – entrante dalla grande finestra del suo studio, si decise ad aprire quella fausta scatola con la gioia propria d’un bambino: l’interno della scatola nascondeva un polveroso foglio di carta arrotolato – certo che la polvere per entrare persino nelle scatole dev’essere proprio in gamba -, aperto subitaneamente da Dubois, che lesse:

<<Cara Mamma, ti scrivo oggi per augurarti ogni bene che possa esser in dono ad un mortale, per regalarti la mia apprensione e i miei pensieri; ti scrivo per poter continuare a sperare su di un soggetto tanto dignitoso e meritevole. Cara Mamma, oggi è il tuo giorno, oggi è il tuo rito, ma io ti vedo in ogni mia vita.

Jean Mitreres 13/05/1432>>.

Era chiaro, non appena Dubois lesse la data si rese conto che quello segnato era il giorno di domani – senza contare l’anno -! Aveva scordato il regalo per la propria madre! In un attimo la situazione divenne perspicua e capì che la cagione di quell’infausto destino era sua madre. Tralasciando l’inquietudine della scoperta, il da farsi era già deciso: si doveva provvedere ad un regalo. Il tempo era ormai proibitivo però: in strada non c’era più nessun negozio aperto. Dunque, ciò che ci voleva era un bel regalo amatoriale, e tutto ciò che il nobile sapeva fare era scrivere! Che si narri quindi, anzi scrivi, una storia; ma quale storia? Beh… se non altro quel giorno si prestava ad una più che dignitosa trasposizione letterale.

Fidatevi

Ci si fida nella vita, molte volte anche. Ecco, la fiducia è un atteggiamento importante della figura umana, uno che erra esclusivamente con l’uomo, che induce il passo a calar di gravità all’insegna di un crepuscolo rasserenatore. Però, la fiducia va ponderata, quantomeno se non si vuol essere fessi, raggirati in continuazione per la troppa fiducia elargita. Essa deve essere pretenziosa, va concessa solo dopo un’oculata analisi, dopo che si siano acclarati tutti gli aspetti più rilevanti di una persona – dopo che, tale persona, sia in confidenza come lo siam col palmo della nostra mano. Questa è una fiducia retta, sana, prestante e presumibilmente proficua. Tuttavia, l’oculatezza non fa che da stoviglia della fiducia – la solerzia si dilegua non appena la fiducia trova casa, lasciando il sito al suo opposto. Di chi ci si fida già non si compie analisi o ricerca, proprio perché ci si fida! Dunque, chi si affida vota il partito dell’indifferenza, alloggia nell’hotel della deresponsabilizzazione, imbraccia il fucile del torpore. La fiducia infatti ci sottrae a odiosi compiti, sfoltisce le nostre attività antipatiche ed è alla base della comunità.

Un ricavo nel terreno

Una leggere folata di vento condusse con leggiadria un’aitante foglia, orfana da poco meno di un minuto del suo svettante albero. Il valzer diretto dal vento si protrasse per un buon quarto d’ora, e la strada passata sotto le verdeggianti nervature della foglia si estese sin’oltre l’orizzonte – che anche se non dei più piani e spaziosi, manteneva pur sempre la sua dignità per quanto riguarda la portata dello sguardo. Il ballo s’interruppe – almeno quello svolto dalla foglia – quando la fronda fu ostacolata da un grosso ricavo nel terreno, simile ad una fossa, ma di sembianze scomposte, di certo non riservate ad un’uomo. La pareti della misteriosa fossa inibirono il movimento alla foglia, la quale si vide destinata a prostrarsi nel mezzo di quel ricavo coercitivo. Appostato più in alto di qualche metro, si trovava un vispo passerotto, che si accingeva a cinguettare a più non posso; la sua visuale, da lì su, mostrava in tutta la sua aberranza le reali dimensioni della strana fossa: i due estremi tra loro più lontani, si guardavano da buoni otto metri; mentre la profondità del ricavo si espandeva per forse 3 metri – concedendo sempre il beneficio del dubbio, dovuto alla tenue incertezza della prospettiva. Le forme tracciate nel terreno, invece, ad uno sguardo accorto, avevano una loro logica; quel che emergeva da questo disegno pareva essere di grande inquietudine: lo schema della fossa si estraniava sempre più dalla sua intuizione originale, e quel che sembrava essere una fossa si rivelò, invece, essere un’impronta. Una volta arguito ciò, con tempestività, si manifestò l’impronta ad essa gemella – chiave di volta per la nostra supposizione. Le dimensioni badiali dei due vestigi persino ad un uomo savio e posato avrebbero causato turbamenti e fisime esacerbate dal timore. Ivi giunse, dopo un po’ dalla nostra congettura, un contadino del posto, pungolato da un trambusto accusato qualche tempo prima. Arrivato di fronte a quelle trepide impronte, persino ad un’uomo attiguo al georgico come lui si gelò il sangue tanto dalla singolarità del fatto. Gli arrovellamenti in cerca di verità si prorogarono più del dovuto, a causa di quei tartagli titubanti provocati dalla maretta aleggiante. Il giovane contadino penso bene – o forse no, c’era il rischio di impelagarsi – di tuffarsi in quell’immenso ritrovo di possibili doglie, stremato dall’insensatezza della vicenda – ovviamente prima si procurò una scaletta, per premura del ritorno. Le subdole impronte viste da dentro obnubilavano ogni ricordo cheto, sennonché incoraggiavano il tremore e l’accortezza. Le ricerche oculate del buon’uomo si risolsero in un nulla di fatto, così, dopo il tempo opportuno, decise di abbandonare le prodezze solitarie e di precipitarsi a raccontare l’enigma a quanti più poteva, persino al più meritevole di fiele, giacché il male non si augura nemmeno al peggior nemico, perciò è meglio allertare chiunque. Diffusasi la notizia, ci fu un peregrinaggio in massa che coinvolse buoni tre quarti della gente informata: all’iniziale sconcerto diffusosi nei visitatori si susseguirono estatici vagheggiamenti; dunque, in poco tempo quel luogo terreno di iettatura e di terrore imperante, si fece fertile di speranze e desideri, nonché di poetiche elucubrazioni. Tutt’ora il mistero è irrisolto, ed è questo che induce la ressa.

Impollinare per accidente

Scoccò l’ora, e il tempo che sino ad allora s’era contratto, confacendosi quasi al passo di una lumaca, ritornò finalmente al suo corso abituale. Non si accompagnò alcun tintinnio festoso a tale giro d’orologio, eppure esso fu emblema di liberazione; si festeggia il futile in larga misura, tuttavia quando si affranca si possono udire solo i riverberi dei motti di Dioniso in festa. Il primo verso evocativo che fece recapito al liberato fu un rumore metallico, lenito dai binari su perfetta misura in cui si dirigeva il grosso portone ferroso – protagonista di molti dei desideri del liberato, ed ognuno di loro lo vedeva spalancato o fragile come un cartonato. Passo dopo passo, il tempo riacquisiva la sua tempestività, porgendo in tal modo un gabbo passato in sordina al liberato: la luce abbacinante del sole impediva ogni riflessione sulla beffardaggine del tempo, che nella sua frammentarietà si divertiva nel canzonare i propri visitatori. Lo spiazzale presentatosi dopo il valicamento, appariva scarno, disadorno e privo di ogni premura; se non altro lasciava il libero passo al liberato. Lo sfogo dei piedi fu pari solo a quello degli occhi, ed essi cinti tra loro dal cameratismo, esortarono alla meraviglia, allo stupore. Di cotanto interessamento, però, non si accingeva la mente; e da padrona sovrana si fece imperante, condizionando i suoi discepoli. Nel cammino dal portamento vano, a tratti ramingo, si palesò una necessità: lusingato dai ferventi raggi solari, si mostrava una candida orchidea, che al giudizio pareva meritevole di carezza – riporto che era talmente avvenente da aver attirato già numerosi passanti, per quanto quella negletta strada potesse ospitarne. Il liberato si precipitò verso di essa con fervore che da tempo era assopito, a voler quasi imitare il ritrovo delle forze dell’orso nella sua prima battuta di caccia dopo il letargo.  L’impazienza si protrasse per tutto il breve cammino verso il fiore, ma a meta raggiunta si licenziò, lasciando il posto a incantati vagheggiamenti. Il tatto si inebriò all’incontro con i canuti, nonché soffici, petali dell’orchidea; lo sguardo del liberato sospinto dal soave si appropinquò al labello dell’orchidea, e non si sa come l’impollinò. L’appagamento del concupiscibile pervase il liberato, che si alleggerì da un ulteriore carico, e beneficiò di immenso gaudio. Espletato il tutto – un tutto desueto; componimento dei più bislacchi, di quelli che per il canonico sono accompagnati da ignominia – si accinse a continuare la deambulazione, scevro finalmente dall’inquietudine che gli attanagliava la mente giusto un’attimo prima. Proseguì per la via sino alla fine dei suoi giorni, caratterizzato da uno spirito serafico e da una rivalsa fulgente.

Sul problema e la sua natura

La vita di ognuno si accompagna sovente con il generarsi di problemi, e ciò è inalterabile persino dalla più propizia delle venture; ma ciò che in sostanza pare essere il problema, di rado s’è risposto. E dunque, lo sveliamo in codesta sede: il problema è una particolare situazione in cui pernotta in potenza una scelta dannosa – tant’è che del danno compiuto non si parla come di problema, ammenochè esso non sia prodromo di un ulteriore danno che solo in potenza può definirsi, visto che ciò che è causa di qualcosa ne è per forza di cose anteriore; ergo, il secondo danno essendo conseguenza – dato che si prospetta nell’avvenire -, e quindi posteriore alla sua causa, è incontrovertibilmente definibile solo in potenza e come problema. Il problema, quindi, giace ad un’incrocio, ma è tendente verso la via più impervia e lugubre, tuttavia esso non è impedito a ritrattare il passo verso il sentiero floreale. Ed è proprio la condizione in potenza  che da adito al perseguimento di entrambe le vie, certo una delle due gode di un discreto vantaggio d’attrazione mai bramata, però la nostra tenacia è in massima forza maggiore a tale impulso attrattivo.

Va anche precisata la superiorità nociva che attecchisce la conseguenza dannosa del problema, il quale è dunque meno pernicioso della sua conseguenza insperata. Ma allora, la sempre più trascurata definizione di problema, nasconde in sé una formula magica per dirimerlo? È legittimo, al di là del desiderio, investigare su di una strategia infallibile atta a risolvere qualunque problema? Magari una strategia infallibile perlata dai continui sgocciolii provenienti da un’eccedenza di sagacia, sfogo di una mente brillante. Eppure, al cruccio va annoverata un’ulteriore vittoria, perché questa è pura fantasia, di quella che solo ai poliedrici spetta. Nessuna formula magica, ma d’altronde non può esserci formula magica che si incammina dall’universale per giungere al particolare: le definizioni anche se universali si applicano pure al particolare, d’altra sponda però sono le soluzioni, infatti loro si adottano solo al particolare, cibando il fuoco del desio che mai si estingue.

La morte

Non facciamo altro che baccagliare contro la morte, il nostro istinto ci guida affinché la nostra vita possa proseguire serenamente, affinché possa continuare ad affermasi, e allo scopo di impreziosirla, abbellirla; e da ciò che nasce la nostra tendenza a tesaurizzare la vita, e aborrire la morte. Eppure, la vita non sarebbe tale senza morte. Una vita scevra di morte, è nominabile solo esistenza, ma non è definibile e contemplabile nella sua interezza. Tutti i nostri sforzi, le nostre lacrime, i nostri sacrifici e, perché no, le nostre risate, si rendono ammirabili grazie alla morte: una vita caduta si consacra con il trapasso, esso ci delinea nella nostra interezza, e tutto ciò che è finito è contemplabile in assoluto. Così come una lapide ci segnala, anche la stessa morte lo fa, con molta più possanza però. La morte ci è utile perché concretizza tutta la nostra vita negli altri, e ci rende fulgidi dai piedi al capo.